Un doveroso ringraziamento ai nostri "ispiratori"

Si sente a volte la necessità (direi quasi il dovere) di condividere le proprie esperienze, conoscenze e passioni.
Nell'ambito della scienza e della tecnica si è sempre ben consci della propria ignoranza, ma si avverte al tempo stesso l'importanza di comunicare quanto si conosce agli altri, soprattutto ai più giovani e meno esperti.
La cosa più importante poi non risiede in quelle poche schegge di esperienza che si riescono a condividere, quanto nella passione che ci ha permesso di acquisirle.
Trasmettere una scintilla di quella passione è tanto difficile quanto fondamentale.
Ognuno di noi ha avuto uno o più ispiratori che ci hanno istradato lungo il cammino di un "hobby" o di una professione.
Io dovrei ricordare l'amico conosciuto al mare che mi disegnò su un foglio di carta da lettera (che ancora conservo) lo schema e le istruzioni per costruire la mia prima radio "a galena" (in realtà utilizzava un bel diodo al germanio OA81 che ancora conservo gelosamente) e tanti, tanti altri, amici, conoscenti e colleghi, che hanno segnato la mia vita fornendomi idee ed ispirazione.

Non posso tuttavia non menzionare particolarmente un signore che, pur non avendolo io mai incontrato, ha influenzato più di tutti la mia vita e che rimane tuttora un riferimento ed un modello ideali: Guglielmo Marconi.

Guglielmo Marconi, padre della radio e primo radioamatore

Guglielmo Marconi, padre della radio e primo radioamatore

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giovedì 9 giugno 2011

Sputnik-1 e la nascita della navigazione spaziale

4 ottobre 1957: alle ore 19.28:34 GMT un razzo russo si staccava da una rampa di lancio nel cosmodromo di Baikonour.
5 minuti e 24 secondi dopo, Sputnik 1 si separò dallo stadio finale per diventare il primo satellite artificiale della Terra.
L’Era Spaziale era cominciata.



1. Introduzione
La tecnologia spaziale è entrata talmente nel nostro vivere quotidiano (dalle parabole per la ricezione della televisione satellitare ai navigatori satellitari ormai presenti in molte delle nostre autovetture) che ci siamo completamente assuefatti ad essa: non ci sorprende più, non fa notizia. E ci dimentichiamo che, se oggi diamo per scontati i viaggi su Marte e le foto da satellite su Internet, questo lo dobbiamo all’entusiasmo ed all’ingegno di migliaia di tecnici, ingegneri e scienziati.
Nel giro di una dozzina di anni, dal 1957 al 1969, si ebbe, pur se sotto la sferza di una competizione ideologica e politica senza quartiere, un’evoluzione tecnica e scientifica senza precedenti, dei cui positivi risultati ancora ci avvantaggiamo a distanza di mezzo secolo. Fino al 4 ottobre 1957 l’umanità non era riuscita ad allontanarsi più di cento chilometri dalla superficie del pianeta; meno di dodici anni dopo, il primo uomo posava il piede sul suolo della Luna.
Ed al di là delle strategie politiche e militari dei loro governanti, tecnici, ingegneri, scienziati e, successivamente, astronauti, furono animati da quello stesso spirito che spinse nel 1492 un navigatore geniale ed intrepido ad affrontare le acque dell’oceano alla ricerca di un continente sconosciuto.

2. Una competizione “scientifica”
Tutto cominciò apparentemente come una competizione scientifica: nell’agosto del 1955 alcuni scienziati sovietici, durante un congresso astronomico internazionale a Copenhagen, avevano annunciato che durante l’Anno Geofisico Internazionale (la cui durata era stato fissata in effetti dal primo luglio 1957 al 31 dicembre 1958, in corrispondenza del massimo di attività del ciclo undecennale del Sole) l’Unione Sovietica avrebbe lanciato un manufatto umano in orbita intorno alla Terra. Neanche a farlo apposta, il presidente americano aveva rilasciato un’analoga dichiarazione qualche giorno prima (il programma del primo satellite americano si sarebbe poi chiamato Vanguard).
I sovietici si stavano di fatto preparando già da alcuni anni. Nel 1951 infatti era cominciato il programma per sviluppare lanciatori in grado tanto di mettere un satellite artificiale in orbita quanto di spedire una bomba atomica in un altro continente. Il gruppo di tecnici ed ingegneri russi era diretto da Sergey P. Korolev, la cui identità fu rivelata al pubblico ed alla storia solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1966 (Korolev è anche noto per aver concepito il lanciatore Soyuz, cavallo di battaglia delle missioni spaziali russe, tuttora in uso).



Nel 1954 il primo missile balistico intercontinentale sovietico, “Raketa-7” o “R-7”, era pronto (“Raketa” in russo significa appunto missile).
Il Raketa-7 non era un razzo multistadio, ma aveva quattro “booster” laterali, montati intorno ad un motore centrale. Tutti e cinque i motori erano a propellente liquido. Il Raketa-7 utilizzato per lo Sputnik-1 era alto poco più di 27 metri ed il suo peso al lancio era di 280 tonnellate.

sabato 21 maggio 2011

In memoria del prof. Leschiutta, l'uomo dell'ora esatta



Un ricordo affettuoso e riconoscente al professore ingegnere Sigfrido Leschiutta, recentemente scomparso all'età di 78 anni, dopo una lunga malattia.

Gli amici lo chiamavano affettuosamente “l’uomo del tempo”, “il signore dell’ora esatta”, perché, per decenni, è stato presidente dell’Istituto elettronico nazionale “Galileo Ferraris” di Torino dal quale quotidianamente parte il segnale orario a cui si adeguano tutti gli orologi d’Italia.

Figlio di Gian Ernesto Leschiutta, un friulano tenace che si era fatto da sé (emigrato ragazzo senza arte né parte, aveva poi conseguito quattro lauree, diventando alto dirigente ministeriale) Sigfrido Leschiutta era arrivato giovanissimo a Torino, laureandosi al Politecnico, dove ha poi insegnato dal 1962 al 2007 tenendo corsi su misure radioelettriche e sistemi di trasmissione e telemisure. E’ noto nel mondo scientifico per aver verificato la relatività generale di Einstein, confrontando il comportamento di due orologi atomici, uno collocato a Torino, il secondo in alta montagna. La relatività prevede che dove il campo gravitazionale è minore, gli orologi accelerino: l’esperimento confermò puntualmente questa tesi, fermamente sostenuta da Leschiutta.

Il prof. Leschiutta ha contribuito notevolmente alla formazione in Italia di una cultura ingegneristica sui sistemi di navigazione, in particolare quelli basati su satelliti. Da ricordare, ad esempio, il corso di formazione sui sistemi di navigazione da lui tenuto in Alenia Spazio, alla fine degli anni '90.

Quando i primi due satelliti della costellazione Galileo saranno lanciati, probabilmente alla fine del 2011, dovremo ricordarci di questa grande figura di ingegnere, scienziato ed educatore e ringraziarlo per quanto ci ha lasciato.

Era un uomo che aveva mille interessi, mille passioni, a partire da quella della musica. Inventava strumenti, collezionava vecchie radio (ne aveva un centinaio). In quanto amatore della radio e dell'elettronica in generale, non disdegnava freqeuntare i mercatini per radioamatori, come si vede nella foto seguente.

Pope Benedict XVI Greets International Space Station Crew

It's all about time


(the fourth dimension in technology, systems, projects and our everyday life)



Last year I had the opportunity and privilege to meet one exceptional man, one of those men that really make the history of technology: Dr. Truchard (the mythic Dr. “T”), co-founder and present president and CEO of National Instruments. It was during the event that National Instruments organizes every year in Austin, the so-called NI Week.

Dr. Truchard's speech focus as well as the convention leitmotiv were all about time: time synchronization and real-time systems, time for developing software, time for fast-prototyping, time for innovation and creativity.

Time, the fourth dimension, is becoming ever more important in all aspects of technology and science.
The provision of an accurate time reference is a strategic asset on which most disparate applications depend upon, from financial transactions to broadband communications, from satellite navigation systems to Big Physics.

In a world increasingly dependent on precise measurements, time is soon to become the ultimate unit of reference. In the International System of Units, the second is presently defined as the duration of 9,192,631,770 periods of a phenomenon called microwave transition in an atom of cesium-133. The meter, once the length of a platinum-iridium bar stored in the International Bureau of Weights and Measures (BIPM) in Sèvres, is, since 1983, defined as the path traveled by light in vacuum in 1/299,792,458 of a second, so it is a unit derived from time.

The world regulates clocks and time by a time standard, the Coordinated Universal Time (UTC), which is itself based on the International Atomic Time (TAI). Few people know that an essential contributor to TAI, and so to UTC, is GPS, the American satellite-based navigation system. Soon, however, with the full deployment of Galileo, Europe will become a key contributor to UTC and will be able to broadcast its very accurate time standard to the world.

Time is more and more important also in large systems, especially network-centric systems. These systems rely upon a real-time diffusion of information on a geographically distributed architecture. But time is also the dimension through which technology evolves (as, e.g., per the Moore's law) and obsolescence spreads. Maintenance and refurbishment of obsolete parts are essential aspects in the operational life of a system, and they both deal with time.

Time is finally one of the key objectives of project management, together with cost and performance. While the market asks for new projects, bringing innovative technologies and services to users, to get timely (and successfully) concluded, in reality delays, with associated cost over-run, and failures affect a scaringly high percentage of them.

It is sometimes discouraging to perceive that politicians, managers and engineers are loosing the sense of urgency for keeping projects on schedule and for concluding them on time. More than two thousands years ago, Caesar, facing the need to build, for the first time in hystory, a bridge across the river Rhine, wrote in his “Commentaries on the Gallic War”: “Caesar thought it expedient for him to cross the Rhine (…). He devised this plan of a bridge (...). Within ten days after the timber began to be collected, the whole work was completed, and the whole army led over.”. Much closer to our times, on May 25, 1961, President John F. Kennedy stated in his historic speech to Congress: “I believe that this nation should commit itself to achieving the goal, before this decade is out, of landing a man on the Moon and returning him safely to the Earth.” And on July 20 1969, less than ten years later, the promise was mantained.

And this brings us to the general questions about the importance of time in our own lives. How huge is the amount of time that we waist for trivial and non essential tasks? How could a better management of our time gain us more room for creativity, social relations and pursue of happiness? As you can see, it is not only how much time we can save by better managing our lives, but about the quality of our time and whether it is used to “be” or just to “have”.

In the last decades mankind became increasingly concerned about non-renewable resources, that is resources often existing in a fixed amount and being consumed much faster than nature can create them (e.g fossil fuels, such as coal, petroleum and natural gas). The fact of the matter is, the only truly non-renewable resource we have is time: when it is gone, it is gone forever. So, let us make our lives sustainable, let us care of our most precious asset, our most valuable resource.

“Tempus breve est”, time is short, wrote St. Paul to the Corinthians (2 Cor 5:14). But it is up to us, to our wisdom and professionalism, to have enough time for our realizations, our projects, our lives.

Benjamin Franklin wrote: "If you want to enjoy one of the greatest luxuries in life, the luxury of having enough time, time to rest, time to think things through, time to get things done and know you have done them to the best of your ability, remember, there is only one way. Take enough time to think and plan things in the order of their importance. Your life will take on a new zest, you will add years to your life, and more life to your years. Let all your things have their place."

It is really “time” we do something about it.

domenica 10 ottobre 2010

Orologi atomici, stazioni campione e tempo universale

Il tempo e la sua misurazione

La determinazione e la misurazione accurata del tempo sono alla base della nostra civiltà tecnologica. I maggiori progressi in questo campo si sono avuti nel secolo scorso, con l’invenzione dell’oscillatore a cristallo di quarzo nel 1920 e dei primi orologi atomici negli anni ’40.
Oggigiorno la misura del tempo è di gran lunga la più accurata fra le misure delle altre grandezze fisiche fondamentali. La stessa unità di misura delle lunghezze, una volta basata sul “mitico” metro campione di Platino-Iridio conservato a Parigi, è stata internazionalmente ridefinita nel 1983 come “la lunghezza del percorso coperto dalla luce nel vuoto durante un intervallo di tempo pari a 1/299792458 di secondo”.
La storia della misura del tempo è in realtà vecchia quanto la storia della civiltà umana. Già nel 3500 avanti Cristo gli antichi egizi inventarono la meridiana solare ed eressero in tutto il loro paese obelischi in pietra che avevano lo scopo primario di segnare con la loro ombra il movimento del sole e, quindi, lo scorrere del tempo.
Maya ed Aztechi, nell’America precolombiana, svilupparono calendari accurati basati su complesse osservazioni astronomiche. E nell’Inghilterra preistorica, il monumento megalitico di Stonehenge sembra essere stato un sofisticato osservatorio astronomico per determinare la durata delle stagioni e la data degli equinozi.
Una pietra miliare nella storia della misura del tempo fu, in tempi più recenti, la scoperta di Galileo, nel 1583, della costanza del periodo di oscillazione del pendolo, sulla quale si basano tutti gli orologi meccanici. Nel 1656 Christiaan Huygens, matematico, astronomo e fisico olandese (famoso fra l’altro per aver definito il principio sulla diffrazione che porta il suo nome), progettò il primo orologio a pendolo con carica a peso, che scartava di ben dieci minuti al giorno.
Ma il maggiore impulso allo sviluppo di tecniche sempre più accurate per misurare il tempo derivò dalla necessità di determinare la propria posizione (in particolare la longitudine) a bordo di una nave in mare aperto. Mentre per determinare la propria latitudine era sufficiente un sestante con il quale determinare l’altezza del sole a mezzogiorno, la determinazione della longitudine, a causa della rotazione terrestre, richiedeva l’uso sia del sestante che di un orologio molto preciso. Proprio la mancanza di orologi sufficientemente accurati creò innumerevoli problemi (a volte, dei veri e propri disastri) ai naviganti del XV e XVI secolo.
Il problema divenne così serio che nel XVII secolo gli inglesi formarono un gruppo di noti scienziati per studiarne la soluzione. Il gruppo offrì ventimila sterline, equivalenti a due milioni di dollari di oggi, a chiunque potesse trovare il modo di determinare la longitudine di una nave in mare aperto con un’accuratezza di trenta miglia nautiche.
La trovata ebbe successo. Nel 1761, infatti, un artigiano inglese di nome John Harrison costruì uno speciale orologio meccanico da imbarcare a bordo delle navi, chiamato cronometro marino, in grado di perdere o guadagnare non più di un secondo al giorno (un’accuratezza incredibile per quel tempo) (figura 1).
E fu proprio grazie ad una copia del cronometro di Harrison che il capitano James Cook compì le sue leggendarie esplorazioni della Polinesia e delle isole del Pacifico.

L’unità di misura del tempo

Il secondo (simbolo s) è l’unità di misura ufficiale del tempo nel Sistema Internazionale di Unità (SI). Il suo nome deriva semplicemente dall’essere la seconda divisione dell’ora, mentre il minuto ne è la prima. Il secondo era originariamente definito come la 86400-esima parte del giorno solare medio, cioè della media sulla base di un anno del giorno solare, inteso come intervallo di tempo che intercorre tra due successivi passaggi del Sole sullo stesso meridiano.
Nel 1884 fu ufficialmente stabilito come standard di tempo a livello internazionale il Greenwich Mean Time (GMT), definito come il tempo solare medio al meridiano che passa per l’Osservatorio Reale di Greenwich (Inghilterra).
Dal GMT si calcola il tempo in ciascuna delle 24 zone (fusi orari) nelle quali è stata suddivisa la superficie terrestre. Il tempo diminuisce di un’ora per ciascuna zona ad ovest di Greenwich, aumenta di un’ora andando verso est. Il tempo GMT viene anche definito come tempo “Z”, o, nell’alfabeto fonetico, tempo “zulu” (“zulu time”).
Lo standard di tempo alla base della definizione di GMT fu mantenuto finché gli astronomi non scoprirono che il giorno solare medio non era in realtà costante, a causa del lento (ma continuo) rallentamento della rotazione della Terra intorno al suo asse. Questo fenomeno è essenzialmente legato all’azione frenante delle maree. Si decise allora di riferire il giorno solare medio ad una specifica data, quella del 1° gennaio 1900. Questa soluzione era assai poco pratica, visto che non è possibile tornare indietro nel tempo e misurare la durata di quel particolare giorno.
Nel 1967 è stata proposta una nuova definizione del secondo, basata sul moto di precessione dell’isotopo 133 del Cesio. Il secondo è ora definito come intervallo di tempo pari a 9192631770 cicli della vibrazione dell’atomo di Cesio 133. Questa definizione permette agli scienziati ovunque nel mondo di ricostruire la durata del secondo con uguale precisione. Il primo orologio atomico fu sviluppato nel 1949 ed era basato su una linea di assorbimento della molecola di ammoniaca. L’orologio al Cesio, sviluppato presso il “mitico” NIST (National Institute of Standars and Technology) di Boulder, in Colorado, è in grado di segnare il tempo con un’accuratezza migliore di un secondo in sei milioni di anni. E’ stata proprio l’estrema accuratezza degli orologi atomici a far adottare il tempo atomico come riferimento ufficiale a livello mondiale. Si è però indirettamente generato un nuovo problema: quello della discrepanza fra riferimento internazionale di tempo, basato come detto sugli orologi atomici, e tempo solare medio. Un anno solare medio aumenta di circa 0,8 secondi per ogni secolo (cioè circa un’ora ogni 450000 anni). Di conseguenza, il tempo universale accumula un ritardo di circa 1 secondo ogni 500 giorni rispetto al tempo atomico internazionale. Questo significa che i nostri lontani pronipoti, in un futuro lontano appena 50 mila anni da oggi, leggerebbero sui loro orologi atomici “mezzogiorno”, pur trovandosi in realtà nel bel mezzo della notte. Per ovviare a questo ed a molti altri più seri inconvenienti, si è introdotto, nel 1972, il concetto di Universal Coordinated Time (UTC), che ha definitivamente sostituito il tempo GMT.
Nel breve periodo, il tempo UTC è essenzialmente coincidente con il tempo atomico (detto Tempo Atomico Internazionale, o TAI); quando la differenza fra UTC e TAI si avvicina ad un secondo (ciò avviene circa ogni 500 giorni), viene artificialmente inserito (cioè, a seconda dei casi, sottratto o aggiunto) nel tempo UTC un secondo fittizio, detto “leap second” (“leap” in inglese vuol dire “salto”). In questo modo le due scale di tempo, TAI ed UTC, vengono mantenute entro una discrepanza massima di 0,9 secondi.
In conclusione, il tempo UTC, definito dallo storico Bureau International des Poids et Mesures (BIPM) di Sevres (Parigi), è dal 1972 la base legale della misura del tempo a livello mondiale. Esso viene derivato dal TAI, dal quale differisce solamente per un numero intero di secondi (al momento 32). Il TAI è a sua volta calcolato dal BIPM a partire dai dati di più di 200 orologi atomici situati negli istituti di metrologia di più di 30 paesi (uno di essi, in Italia, è il prestigioso Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris di Torino, ora INRIM, Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica).

(continua)

venerdì 27 agosto 2010

SETI@home: un sito Internet per la ricerca dell’intelligenza extraterrestre

SETI è l’acronimo dell’espressione inglese “Search for Extra Terrestrial Intelligence”, cioè ricerca dell’intelligenza extraterrestre. E’ anche il nome ufficiale di un programma scientifico che impegna ricercatori e radioastronomi in tutto il mondo, reso popolare dal film Contact, interpretato dall’attrice Jodie Foster e tratto dall’omonimo libro del defunto scienziato della NASA Carl Sagan (figura 1).



Figura 1: l’attrice Jodie Foster nel ruolo di ricercatrice SETI nel film “Contact”

Il programma SETI vuole rispondere alla domanda: “Esiste vita intelligente fuori della Terra? Siamo o no soli nell’Universo?”. I ricercatori del SETI utilizzano vari metodi, il più popolare dei quali è tuttavia l’ascolto sistematico dei segnali radio provenienti dalle stelle, alla ricerca di un segnale che sia artificiale, cioè generato da una qualche forma d’intelligenza extraterrestre. Nessuno sa per certo se esistano altre forme di vita intelligente nell’Universo, ma è molto probabile tuttavia che esse userebbero le onde radio per mettersi in contatto con noi.
Per ascoltare le stelle si utilizzano i radiotelescopi, come quello di Arecibo, in Puerto Rico (figura 2). Con i suoi 300 metri di diametro, è il più grande esistente al mondo.



Figura 2: il radiotelescopio di Arecibo

La mole di dati da analizzare è tuttavia enorme, tale che nemmeno il più potente computer al mondo sarebbe sufficiente a svolgere tutte le operazioni richieste. Si è allora pensato di utilizzare migliaia di computer più piccoli, che lavorano in parallelo analizzando ciascuno una piccola porzione dei dati raccolti. Queste migliaia di computer sono di fatto disponibili, sparsi per il mondo, in ciascuna delle nostre case: non è forse vero che per buona parte del loro tempo i nostri PC restano inutilizzati, magari “girando” pittoreschi quanto inutili salvaschermo?
Il progetto SETI@home, promosso dai ricercatori dell’Università di Berkeley, in California, ci chiede in prestito i nostri computer, che altrimenti consumerebbero corrente inutilmente, solo per il tempo durante il quale non li stiamo utilizzando. In pratica si tratta di far girare, al posto di un tradizionale “screensaver”, un programma “ad hoc”, dalla grafica molto accattivante, che parte automaticamente nei tempi morti del PC, salvo ritirarsi discretamente e in buon ordine quando torniamo ad operarlo. I dati da analizzare sono scaricati da Internet ed i risultati delle analisi vengono periodicamente rinviati al sito di provenienza (figura 3).



Figura 3: una tipica schermata dello “screensaver” SETI@home

Niente paura: il programma SETI@home si connette ad Internet solo per trasferire dati e ciò accade molto saltuariamente (per esempio, una volta alla settimana) e per un tempo molto breve (tipicamente 5 minuti); inoltre, chiede il permesso dell’operatore prima di connettersi.
L’idea è molto arguta e veramente affascinante: permette infatti a tutti gli appassionati della radio, BCL,SWL e radioamatori, di partecipare, nel loro piccolo, ad un’impresa scientifica di grande valore. Non c’è nemmeno bisogno dell’antenna e del ricevitore (in realtà si utilizzano antenna e ricevitori dell’osservatorio di Arecibo, e scusate se non è poco): bastano un computer ed una connessione ad Internet.
Per i collezionisti di diplomi, vale anche la pena di citare la possibilità di ottenerne uno dalla Planetary Society, associazione internazionale di appassionati dell’esplorazione spaziale, che supporta le attività del SETI Institute (figura 4).



Figura 4: il certificato di supporto al SETI@home della Planetary Society

Ma entriamo un po’ più nel dettaglio del software che andremo ad installare sul nostro PC. Si tratta in realtà di un programma molto sofisticato di Digital Signal Processing (DSP), cioè di processamento digitale dei segnali. Esso opera, al pari di un analizzatore di spettro, un’analisi spettrale molto accurata del segnale ricevuto, basata su un algoritmo chiamato Fast Fourier Transform (FFT), o trasformata di Fourier discreta.
Nella ricerca dei segnali SETI si fanno alcune assunzioni fondamentali. La prima è che il segnale sarà ricevuto ad una frequenza prossima ai 1420 MHz (21 centimetri). Questa è la frequenza corrispondente alla linea spettrale dell’idrogeno atomico, il più comune elemento dell’Universo, e pertanto un probabile punto di riferimento per specie aliene intelligenti. Pochi forse sanno che questa teoria fu proposta per la prima volta da un italiano, il fisico e ricercatore Giuseppe Cocconi (figura 5), che nel 1959 scrisse insieme a Philip Morrison un articolo sull’argomento (“Searching for interstellar communications”, cioè “Alla ricerca di comunicazioni interstellari”), pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Nature.



Figura 5: il fisico italiano Giuseppe Cocconi, padre del SETI

La seconda ipotesi è che il segnale occupi una banda di frequenza molto stretta, per meglio concentrare la potenza trasmessa e meglio distinguersi da altri segnali cosmici di origine naturale (che sono invece tipicamente a banda larga). L’ultima ipotesi assume che il segnale passi da un livello minimo ad un massimo e decresca quindi di nuovo nel giro di circa 12 secondi: questo andamento “a campana” (o gaussiano) dell’andamento della potenza in funzione del tempo è dovuto all’effetto combinato della rotazione terrestre e della larghezza del fascio in ricezione del radiotelescopio di Arecibo (figura 6).



Figura 6: l’andamento “a campana” del segnale

Si è appena affermato che il padre della ricerca di segnali radio provenienti da civiltà extra terrestri è considerato il fisico italiano Cocconi. In realtà anche ad un altro, ben più famoso, italiano può esserne attribuita la paternità: Guglielmo Marconi.
Marconi era convinto di aver ricevuto, nel corso dei suoi esperimenti con la radio, segnali elettromagnetici di provenienza extraterrestre. Il 2 settembre 1921 l'autorevole New York Times riportò addirittura, con grossi titoli in prima pagina, che egli avrebbe captato alcuni misteriosi segnali provenienti da Marte, il tuttora inesplorato Pianeta Rosso.
Ma la geniale preveggenza di Marconi si evince anche dalle sue affermazioni: “I messaggi radiotrasmessi dieci anni fa, non hanno ancora raggiunto alcuna delle stelle più vicine. E quando vi saranno arrivati, perché dovrebbero fermarsi?”.
E perché dovremmo essere la sola razza intelligente in tutta l’immensità dell’Universo? Per rispondere come la protagonista del film “Contact”, “sarebbe uno spreco di spazio”. Il quesito tuttavia rimane aperto e ci guardiamo bene dal prendere una qualunque posizione in proposito. Piuttosto ci piace citare la conclusione dello storico articolo di Cocconi e Morrison, sulla rivista Nature: “La probabilità di successo è difficile da stimare; ma se mai tentiamo, la probabilità di successo è zero”.


Riferimenti:

1. Sito Web SETI@home: http://setiathome.ssl.berkeley.edu/
2. Sito Web della Planetary Society: http://www.planetary.org
3. Sito Web del SETI Institute: http://www.seti-inst.edu/

lunedì 23 agosto 2010

LO “S-METER” E LA SCALA DEI PUNTI “S”

Che cosa è lo “S-Meter” ?

Lo “S-Meter” o “Signal–Strength Meter” è il misuratore del livello o intensità (in inglese “strength”) del segnale ricevuto, presente in quasi tutti i ricetrasmettitori commerciali CB o OM attualmente in commercio. La scala è universalmente divisa in punti o unità S da zero a 9, ed in decibel (da +10 a +40) al di sopra di S9. La differenza di un punto S corrisponde ad un rapporto di 6 dB, pari a quattro volte la potenza del segnale ricevuto.
Sfatiamo subito un mito molto diffuso: la maggior parte degli S-Meter non sono calibrati rispetto a livelli assoluti, e forniscono pertanto una lettura utile solo in termini relativi dell’intensità del segnale ricevuto. Si cerca tuttavia di far corrispondere il centro scala dello strumento, corrispondente all’indicazione S9, con il valore di 50 microV, cioè 50 milionesimi di volt (misurati, come ricorderete, all’ingresso del ricevitore su di un carico di 50 Ohm).
In pratica, è pressochè impossibile che uno “S-meter” mantenga la sua calibrazione, seppure relativa, su tutta l’estensione della scala. Normalmente, infatti, il circuito “S-meter” è connesso alla linea di AGC (“Automatic Gain Control”, cioè controllo automatico di guadagno) del ricevitore ed è ben difficile che il circuito di AGC si mantenga lineare sopra un “range” dinamico tanto esteso: stiamo parlando qui di ben 94 dB (6 per 9 più 40)!
Ricordo ai lettori meno esperti che un rapporto di 94 dB corrisponde ad un rapporto in potenza di uno a più di un miliardo.
Ma allora, questa benedetta scala dei punti “S” non serve proprio a niente?

La scala dei punti “S” e la IARU

Scartabellando le pagine di vari manuali, ho alla fine trovato nell’ottimo “Radio Components Handbook” di Guido Silva, I2EO, (MFJ Publishing Company, Inc.) una parziale risposta alla mia domanda.
Sembrebbe infatti che durante la conferenza della IARU (“international Amateur Radio Union”) tenutasi in Ungheria nel 1978, si sia cercato di fare un po’ d’ordine definendo in modo univoco e non soggettivo la scala dei punti “S”, precedentemente espressa con il codice RST (cioè il 59 di ben nota memoria).
La conferenza decise di confermare il rapporto di 6 dB fra un punto “S” e l’altro, definendo però due diversi valori di calibrazione del punto S9, in funzione della banda di frequenza ricevuta.
Per frequenze inferiori a 30 MHz, il livello S9 dovrebbe corrispondere a un livello in potenza del segnale all’ingresso del ricevitore di –73 dBm (pari a 50 microV su 50 Ohm).
Al di sopra dei 30 MHz, invece, lo stesso livello della scala dovrebbe corrispondere ad un segnale cento volte più basso, cioè -93 dBm (pari a 5microV su 50 Ohm).
Questa distinzione è stata fatta tenendo in considerazione il diverso ruolo che il rumore esterno gioca nelle due bande di frequenza. Su tutte le bande decametriche, infatti, il rumore predominante è quello ricevuto dall’antenna e, di origine naturale o generato dall’uomo che sia, raggiunge livelli molto alti, determinando così di fatto la sensibilità del ricevitore.
A frequenze superiori ai 30 MHz, ed in particolare nelle bande VHF ed UHF, l’incidenza del rumore d’antenna si fa invece trascurabile ed è il rumore internamente generato che determina il livello minimo di segnale ricevibile. A queste frequenze si lavora quindi con livelli di segnale generalmente molto più bassi ed è quindi necessario adattare coerentemente la scala dell’intensità del segnale.
La tabella seguente riporta per comodità dei lettori la scala dei punti “S” con i corrispondenti livelli del segnale in potenza ed in tensione.

martedì 25 agosto 2009

Il film muto di Fritz Lang che ispiro' von Braun





E' considerato il primo "serio" film di fantascienza ed ha di sicuro ispirato Wenher von Braun durante tutte le sue ricerche, fino allo sbarco dell'uomo sulla Luna.


Il film muto "Frau Im Mond" ("Donna sulla Luna") fu girato nel 1929 dal geniale regista tedesco Fritz Lang (lo stesso dell'altro capolavoro, "Metropolis"), con la consulenza di Hermann Oberth, uno dei padri della missilistica e dell'astronautica, che fu proprio il maestro (poi capo e collaboratore) di von Braun.


Il film introdusse per la prima volta l'idea del "conto alla rovescia"("count-down") durante il lancio di un razzo. L'idea, introdotta per creare la necessaria atmosfera drammatica al momento del lancio, fu poi adottata nella realta' e fa ormai parte dell'immaginario collettivo legato alle imprese spaziali.
Il film prospettava inoltre per la prima volta l'utilizzo di propellente liquido ed il concetto di razzo a due stadi. Mostrava poi con sufficiente realismo gli effetti dell' assenza di gravita' a bordo di una navicella spaziale.


domenica 12 aprile 2009

LE ANTENNE A BORDO DEI SATELLITI


Le antenne per la ricezione delle trasmissioni televisive trasmesse da satellite stanno diventando sempre più popolari e diffuse, facendo bella mostra di sé sui balconi ed i tetti delle nostre abitazioni. Anche il loro costo è diventato molto “popolare”, tanto che una “parabola” di diametro inferiore al metro, completa di illuminatore (“feed”), amplificatore a bassa cifra di rumore e meccanica di montaggio può essere facilmente acquistata per poche decine di euro.
La diffusione della televisione satellitare ha così il merito di aver reso familiare a molti la tecnologia delle antenne a riflettore, che tanto banale poi non è, visto che opera a più di 10 GHz (banda Ku).
Ma se le antenne satellitari di terra sono più o meno familiari a tutti, tanto da fare ormai parte della lista dei nostri elettrodomestici, molto meno note sono le loro parenti nobili, cioè le antenne montate a bordo dei satelliti, che pure ad esse in qualche modo assomigliano.
Il presente articolo si propone pertanto di fornire una panoramica delle antenne dei satelliti, anche dette antenne “di bordo”, descrivendone in termini semplici le configurazioni, le caratteristiche e le tecnologie.


Alcuni concetti di base: guadagno direttivo e principio di reciprocità

Prima di addentrarci nel complesso mondo delle antenne di bordo, varrà la pena di chiarire alcuni concetti di base sulle antenne in genere.
Cominciamo con la definizione, spesso fraintesa, di guadagno d’antenna, dissipando un dubbio molto diffuso: il guadagno di un’antenna è qualcosa di fondamentalmente diverso dal guadagno di un amplificatore.
In un amplificatore (audio o RF che sia) si converte la potenza in continua, fornita da un alimentatore, in potenza del segnale d’uscita. Dovendosi come sempre rispettare la legge di conservazione dell’energia, questa conversione avviene con efficienza inferiore al 100 per cento.
In un’antenna, che è un componente notoriamente passivo (ci sono anche antenne cosiddette “attive”, ma per il momento non facciamo confusione), non si ha alcuna conversione di potenza in continua fornita da un alimentatore e sembrerebbe quindi che parlare di guadagno equivalga ad ammettere la creazione di potenza, negata dalle leggi della fisica.
In realtà il guadagno di un’antenna (sarebbe più corretto parlare di “direttività” o di “guadagno direttivo”) non si riferisce ad alcun processo di conversione, ma piuttosto alla capacità dell’antenna di concentrare in una specifica direzione la potenza da essa irradiata.
Si fa anzi riferimento alla definizione di antenna isotropica (parola quest’ultima derivante dal greco antico), cioè di un’antenna che irradia in modo uniforme in tutte le direzioni ed il cui guadagno è per definizione uguale a 1 (cioè zero dB); il guadagno direttivo di un’antenna o guadagno rispetto all’isotropica, è quindi, come già spiegato, una misura della capacità dell’antenna di concentrare la potenza irradiata, riferita al caso ideale in cui l’antenna irradia uniformemente in tutte le direzioni.
Si è parlato di caso ideale perché in realtà l’antenna isotropica è un concetto essenzialmente matematico, difficilmente realizzabile in pratica.
Volendoci aiutare con un paragone, potremmo immaginare l’antenna isotropica come una lampadina che, appesa ad un filo al centro di una stanza, illumina in modo uniforme tutte le pareti; l’antenna direttiva per contro è come una torcia elettrica che generi un pennello di luce ad alta intensità, in grado di illuminare aree piccole ma molto distanti.
Il guadagno direttivo di un’antenna viene espresso normalmente in dBi (dove la lettera “i” ricorda appunto il confronto rispetto all’antenna isotropica) ed è calcolato attraverso la formula seguente:


G = (4 x pigreco x Aequ.) / l^2


dove pigreco è il buon vecchio 3,14 di scolastica memoria, l (lambda) è la lunghezza d’onda del segnale radio e Aequ. è l’area equivalente dell’antenna (Nota Bene: per avere il guadagno in dBi bisogna fare il logaritmo in base 10 di G e moltiplicare per 10).
Il concetto di area equivalente di un’antenna non è di immediata comprensione, soprattutto se riferito ad antenne che non hanno un’area fisica propriamente definita (si pensi a tutte le antenne filari, ai dipoli o alle Yagi). Semplificando un poco le cose, si potrebbe dire che l’area equivalente di un’antenna è l’area fisica che dovrebbe avere un’antenna a riflettore per fornire un guadagno uguale a quello dell’antenna considerata.
In conclusione, il guadagno è una misura dell’abilità dell’antenna di focalizzare le onde radio in una particolare direzione. Per un’antenna a bordo di un satellite, le onde radio dovrebbero essere dirette in modo tale da “coprire” una particolare area geografica (una nazione o un gruppo di nazioni).
Il principio di reciprocità, di fondamentale importanza nella teoria e nella pratica delle antenne, afferma semplicemente che le caratteristiche di un’antenna passiva (cioè priva di componenti attivi in essa integrati, quali amplificatori di potenza o a bassa cifra di rumore) sono le stesse sia che l’antenna stessa funzioni come ricevente che come trasmittente. Questo principio permette, ad esempio, di progettare le antenne come trasmittenti e di misurarle invece in modalità ricevente, indipendentemente dall’effettivo utilizzo che esse avranno a bordo del satellite.


La polarizzazione e la “cross”-polarizzazione di un’antenna

Il campo elettrico, E, e quello magnetico, H, generati ad una certa distanza da un’antenna trasmittente (per il principio di reciprocità, le stesse considerazioni si applicano ad un’antenna ricevente), sono ortogonali fra loro e si propagano nella direzione dell’onda elettromagnetica.



Nel caso di polarizzazione lineare, i due vettori si propagano senza ruotare e si parla di Polarizzazione Verticale “V” o di polarizzazione Orizzontale “H” (H sta per Horizontal), a seconda della direzione assunta dal campo elettrico E.
Nel caso invece di polarizzazione circolare, i due vettori, E ed H, ruotano intorno all’asse di propagazione dell’onda; a seconda del senso di rotazione, si parla di polarizzazione circolare destra (“RHCP”, cioè Right Hand Circular Polarization) o sinistra (“LHCP”, Left Hand Circular Polarization).Come nel caso della polarizzazione lineare, anche le polarizzazioni circolari destra e sinistra sono in qualche modo ortogonali, nel senso che possono coesistere senza influenzarsi a vicenda.



A bordo dei satelliti, si usa spesso la stessa antenna per ricevere in una polarizzazione (lineare o circolare) e per trasmettere in quella ortogonale.
Quanto detto finora si applica ad un’antenna ideale. Nella pratica, un’antenna non è in grado di discriminare in modo perfetto fra polarizzazioni ortogonali: ad esempio, ricevendo con un’antenna prevista per la polarizzazione verticale, si viene in realtà disturbati da un segnale alla stessa frequenza in polarizzazione orizzontale. Tale fenomeno viene misurato da un parametro dell’antenna chiamato “polarizzazione incrociata” (“Cross-Polarization”).


Diagrammi di radiazione ed aree di copertura

Il diagramma (“pattern”) di radiazione è una rappresentazione grafica del campo elettrico relativo trasmesso o ricevuto da un’antenna. I diagrammi di radiazione si riferiscono ad una frequenza e ad una polarizzazione. Anche se in teoria essi dovrebbero essere rappresentati da grafici tridimensionali, nella pratica si preferisce lavorare con grafici bidimensionali riferiti ad uno specifico piano (o “taglio”), che vengono presentati in forma polare o rettangolare, con la scala dell’intensità espressa in dB. I diagrammi sono normalizzati rispetto al valore massimo (cioè alla direttività o guadagno direttivo dell’antenna), che viene convenzionalmente posto uguale a zero dB.

L’area della Terra che il satellite può “vedere” (o meglio, raggiungere con le sue antenne) è chiamata “area di copertura” (“satellite footprint”). L’area di copertura può anche essere descritta come l’intersezione del diagramma di trasmissione dell’antenna di bordo con la superficie della Terra. Si possono a questo punto tracciare le cosiddette linee isoguadagno, ovvero linee che congiungono i punti della Terra verso i quali l’antenna trasmette (o riceve) con lo stesso guadagno. Molto spesso (soprattutto nel caso di satelliti per broadcasting televisivo) invece del guadagno si riporta sull’area di copertura la EIRP (“Effective Isotropic Radiated Power”), espressa in dBW, che è pari al valore in dB del prodotto fra il guadagno direttivo e la potenza del trasmettitore in watt (cioè alla somma del guadagno d’antenna in dBi e della potenza trasmessa in dBW).




Si parla di copertura “globale” quando il diagramma di radiazione dell’antenna di bordo copre la più larga porzione della Terra che può essere vista dal satellite. Per un satellite geostazionario, tale porzione è pari ad un terzo della superficie terrestre (sono infatti necessari almeno tre satelliti geostazionari per coprire tutta la Terra); la larghezza del fascio per una copertura globale è di circa 17,4 gradi.




Una copertura regionale è quella che illumina solo una specifica zona sulla superficie della Terra (un continente o un gruppo di stati). L’area illuminata può avere un contorno semplice, quale un cerchio od un ellisse, ovvero può cercare di seguire il contorno della regione geografica servita dal satellite, allo scopo di massimizzare il guadagno. Si parla in quest’ultimo caso di copertura contornata (“shaped”).
Si parla infine di copertura a “spot” (“spot beam coverage”) quando l’area illuminata dall’antenna è molto più piccola della copertura globale, con larghezze del fascio inferiori ai due gradi. I fasci “spot” hanno il vantaggio di concentrare l’energia dell’antenna su una piccola area e quindi (per la definizione di guadagno direttivo) forniscono un alto guadagno. Lo svantaggio consiste nel dover coprire una certa area geografica con un numero elevato di fasci (copertura multifascio, “multibeam coverage”) e nel dover provvedere all’interconnessione fra utenti eventualmente presenti in fasci differenti.


Si può stabilire una relazione fissa fra il guadagno direttivo di un’antenna e l’area di copertura, detta “prodotto area-guadagno”. Questo prodotto è una costante, in quanto ad una maggiore area di copertura (larghezza del fascio d’antenna) corrisponde un guadagno direttivo più basso, e viceversa.

Anatomia di un’antenna satellitare


A bordo dei satelliti vengono utilizzate antenne di vario tipo e tecnologia, a seconda dell’applicazione specifica e della frequenza di operazione.Per realizzare coperture regionali o “a spot” si utilizzano generalmente antenne a riflettore. In questo caso, i due principali elementi di un’antenna satellitare sono il riflettore e l’illuminatore (“feed”). Il riflettore può essere costituito da una superficie solida ovvero da una rete metallica (abbastanza fitta da apparire come “solida” alle onde elettromagnetiche). Il riflettore ha un contorno generalmente circolare o ellittico e la sua superficie tridimensionale fa parte di una superficie parabolica. Questo è il motivo per il quale si parla comunemente di antenne paraboliche o, più familiarmente, di “parabole”.

Nell’ambito delle antenne a riflettore, si possono adottare numerose configurazioni, tipicamente basate sull’utilizzo di uno o più sottoriflettori, cioè riflettori di dimensioni inferiori a quelle del riflettore principale, posti fra questo e l’illuminatore. Queste configurazioni “dual reflector” (le più importanti sono quella cosiddetta “Cassegrain” e quella cosiddetta “Gregorian”) rispondono sia ad esigenze di prestazione elettromagnetica che alla necessità di adattare la geometria dell’antenna alla configurazione meccanica del satellite.

L’illuminatore è quasi sempre costituito da un’antenna “a tromba” (“horn”), posta nel fuoco del riflettore parabolico.

Per ottenere coperture d’antenna “contornate”, si utilizzano illuminatori multipli, opportunamente alimentati dal segnale RF, oppure si modifica la superficie parabolica del riflettore in modo da “distorcere” il fascio dell’antenna (“shaped reflector antenna”).
Le antenne a tromba vengono utilizzate senza l’ausilio di un riflettore quando si vogliono realizzare fasci molto ampi (ad esempio, per coperture globali).Negli ultimi anni si sono diffuse anche a bordo dei satelliti le antenne a “phased-array” (in italiano si dovrebbe dire “a cortina di elementi fasati”).

Queste antenne si basano sul principio che alimentando un certo numero di elementi radianti semplici (ad esempio dipoli, trombe o antenne a microstriscia), con uno stesso segnale RF al quale, per ciascun elemento radiante, sono state opportunamente variate l’ampiezza e la fase, è possibile creare un fascio sagomato e puntarlo in una qualunque direzione dello spazio.
Il guadagno di un’antenna “phased-array” è, in prima approssimazione, pari a N volte il guadagno del singolo elemento radiante (N essendo il numero totale di elementi dell’antenna). Esprimendo il guadagno in dBi, si può scrivere:


GPhased-Array (dBi) = GSingolo Elemento (dBi) + 10 x log10 N


Una delle più recenti frontiere nel campo delle antenne satellitari è costituita dalle antenne dispiegabili di grandi dimensioni (“large deployable reflector antennas”. Si tratta di antenne i cui riflettori possono raggiungere un diametro di 18 metri. Tali riflettori, anche detti “ad ombrello”, si aprono in orbita attraverso un’intelaiatura snodabile; la loro superficie non è ovviamente rigida, bensì costituita da una specie di leggero “tessuto” di fili metallici dorati.

Antenne “ad ombrello” di grandi dimensioni sono già state utilizzate con successo in un certo numero di sistemi satellitari, tipicamente per comunicazioni verso utenti mobili in banda L (1,5 – 1,6 GHz), come i satelliti Thuraya ed Inmarsat 4.

venerdì 13 febbraio 2009

Lo storico brevetto "7777"

Ricevo e pubblico con molto piacere dal mio carissimo amico Giuseppe Grelli le immagini dello storico brevetto "7777" di Marconi, con il quale rivendicava l'invenzione del "circuito sintonico", cioè del circuito di sintonia a induttanza e capacità variabili così come lo conosciamo tuttora.
Pochi dei non addetti ai lavori sanno che i primi trasmettitori a scintilla trasmettevano su bande larghissime (lo spettro di una scarica elettrica in aria), l'unico elemento di sintonia, a bassissimo Q, essendo costituito dal circuito risonante antenna-terra.
La radio così come la conosciamo oggi, con un manopola di sintonia che permette di selezionare un numero elevato (ma non infinito) di stazioni, sulla base della loro frequenza di trasmissione, la dobbiamo a questa invenzione di Marconi, che per certi aspetti è quasi più importante della stessa telegrafia senza fili.
Il brevetto porta la data del 26 aprile 1900. Di lì a nove anni, Marconi avrebbe conseguito il premio Nobel per la Fisica per le sue rivoluzionarie invenzioni. E proprio quest'anno, 2009, cade il primo centenario di questo illustre riconoscimento.



sabato 7 febbraio 2009

Le orbite dei satelliti

I satelliti artificiali possono operare su differenti tipi di orbite (figura 1). Il tipo di orbita utilizzato dipende prima di tutto dalla missione del satellite. L’orbita più diffusa tra i satelliti per telecomunicazioni commerciali è quella geostazionaria, anche se recentemente si sono diffuse costellazioni di satelliti in orbita LEO (sistemi Iridium e Globalstar) ed inclinata (sistema ICO). I satelliti per l’osservazione terrestre e meteorologici utilizzano orbite geostazionarie e polari, più raramente quelle inclinate. Molti altre orbite sono possibili, come ad esempio le orbite Molniya, comunemente utilizzate dai satelliti russi.
Orbite geostazionarie

Cinquantasei anni fa, nel numero di ottobre 1945, la rivista inglese “Wireless World” pubblicò un articolo con un titolo alquanto visionario: « Extraterrestrial Relays» (cioè, “ponti radio extraterrestri”). L’autore era un giovane tenente di 28 anni della British Royal Air Force (la mitica RAF), Arthur C. Clarke, che aveva peraltro lavorato durante la Seconda Guerra Mondiale allo sviluppo di sistemi radar (figura 2).
Nel suo articolo, Clarke prospettava l’utilizzo di satelliti artificiali ad una quota tale da ruotare in modo sincrono con la rotazione terrestre per essere utilizzati come “ponti radio” nello spazio (figura 3).

Una costellazione composta da un minimo di tre satelliti di questo tipo avrebbe addirittura garantito le comunicazioni su tutta la superficie terrestre.
Arthur C. Clarke è divenuto in seguito un famosissimo scrittore di romanzi di fantascienza (è famoso, fra l’altro, per aver ispirato con un suo racconto il celeberrimo film “2001: odissea nello spazio” di Stanley Kubrick). Ha tuttavia dichiarato molte volte di essersi pentito per aver svenduto un’idea che si sarebbe sviluppata in un affare da molte migliaia di miliardi l’anno e che, se brevettata, lo avrebbe probabilmente reso l’uomo più ricco del mondo.
L’orbita geostazionaria è quella nella quale il satellite è sempre nella stessa posizione rispetto alla Terra che ruota su se stessa. Il satellite viaggia su un’orbita circolare ad un’altezza di circa 35790 chilometri, alla quale corrisponde un periodo orbitale (cioè il tempo necessario a percorrere un’orbita completa) uguale al periodo di rotazione della Terra su se stessa (che è di 23 ore, 56 minuti e 4,09 secondi). Ruotando con la stessa velocità angolare e nello stesso senso di rotazione della Terra, il satellite appare stazionario (cioè sincrono rispetto alla rotazione della Terra) (figura 4).

Figura 4: l'orbita geostazionaria è geosincrona

I satelliti geostazionari sono particolarmente utili nelle telecomunicazioni, in particolare quelle verso utenti fissi (comunicazioni punto-punto, broadcasting televisivo), perché permettono l’utilizzo di antenne semplici, che non richiedono un ripuntamento continuo verso il satellite (quali sono tutte le parabole televisive ormai tanto diffuse anche nel nostro paese).
Poiché un’orbita geostazionaria, per essere tale, deve giacere nello stesso piano al quale appartiene l’Equatore, ne risulta che il satellite sarà visto allo zenith di stazioni situate nelle zone equatoriali e tropicali, con angoli di elevazione sempre più bassi mano a mano che ci avvicina ai poli. Nelle zone polari e subpolari un satellite geostazionario è in realtà irricevibile, in quanto un’eventuale antenna di terra dovrebbe essere puntata sotto la linea dell’orizzonte.
Orbite geostazionarie vengono anche utilizzate da satelliti per l’osservazione terrestre, in particolare quelli meteorologici. Questo perché a 36000 chilometri di distanza si ha una vista d’insieme di circa un terzo della superficie terrestre (oceani e terre emerse), utile per determinare l’evoluzione di cicloni, uragani ed altri grandi fenomeni atmosferici. Un esempio molto noto di satellite meteorologico geostazionario è costituito dal satellite Meteosat, quello che ci fornisce le belle immagini commentate durante i telegiornali al momento delle previsioni del tempo. Il satellite Meteosat, costruito in una numerosa serie di esemplari, è stato progettato e realizzato da un team di industrie europee coordinato dall’ ESA (European Space Agency), tra le quali l’industria spaziale italiana ha un ruolo primario (essendo responsabile, fra l’altro, di tutte le antenne del satellite).
Abbiamo già accennato alle positive caratteristiche dell’orbita geostazionaria. Dalla sua quota di 36000 chilometri (pari a circa 6 volte il raggio terrestre) un satellite geostazionario vede circa un terzo della superficie terrestre (da circa 75 gradi di latitudine Sud a circa 75 gradi di latitudine Nord).
Come teoricamente predetto da Arthur Clarke, è quindi possibile con un minimo di 3 satelliti geostazionari spaziati di circa 120 gradi offrire un servizio di telecomunicazione praticamente globale. La cosiddetta costellazione geostazionaria ha costituito la fortuna dell’organizzazione internazionale Intelsat (recentemente privatizzata), che ha dominata la scena delle telecomunicazioni commerciali negli ultimi quaranta anni.
Anche l’orbita geostazionaria presenta tuttavia alcuni svantaggi. Innanzi tutto, a causa dell’elevata distanza dalla superficie terrestre, il costo del lancio è per un satellite geostazionario molto elevato e richiede lanciatori di alta classe (quale il razzo multistadio europeo Arianne).
Sempre l’elevata distanza comporta un notevole ritardo di propagazione delle onde radio (circa 0,12 secondi per singola tratta), che è al limite dell’accettabilità durante una conversazione telefonica. Il ritardo di propagazione cessa di essere un problema nel caso di diffusione (broadcasting) televisiva, come dimostrato dal successo mondiale della televisione via satellite.

Orbite polari

Rispetto a quelli geostazionari, i satelliti in orbita polare offrono una vista più globale della Terra (permettono infatti anche l’osservazione delle zone polari) e vengono quindi impiegati soprattutto in missioni di telerilevamento e sorveglianza. Un satellite polare segue un’orbita con un’inclinazione di quasi 90 gradi rispetto all’Equatore, ad un’altezza compresa fra i 700 e gli 800 chilometri (figura 5).

Mentre il satellite si muove da Nord a Sud lungo la sua orbita, la Terra si muove essa stessa ruotando da Ovest verso Est. Il risultato è che il satellite riesce poco a poco a scandire tutta la superficie terrestre, come se stesse sbucciando un’arancia (figura 6).

Le orbite polari sono generalmente eliosincrone (“sun-synchronous”) cioè tali che il satellite sorvoli una stessa località alla stessa ora solare ogni giorno, durante tutte le stagioni dell’anno. Questa caratteristica è molto importante nelle missioni di osservazione della superficie terrestre, perché permette di raccogliere dati scientifici nelle stesse condizioni e di confrontarli in modo consistente su lunghi periodi di tempo.

Orbite LEO (“Low Earth Orbit”)

Quando un satellite orbita intorno alla Terra ad un’altezza inferiore ai 2000 chilometri, si dice che è in un’orbita bassa (“Low Earth Orbit”). Tipicamente i satelliti LEO si trovano ad altezze variabili fra i 300 e gli 800 chilometri. Al di sotto dei 300 chilometri, comincerebbe a farsi sentire l’attrito con l’atmosfera, seppure estremamente rarefatta a quelle quote, e come conseguenza il satellite verrebbe ad essere progressivamente rallentato ed a perdere quota, fino a disintegrarsi nell’impatto con gli strati più densi dell’atmosfera.
Come definito dalle leggi di Keplero, i satelliti LEO, orbitando molto vicini alla Terra, viaggiano a velocità molto elevate (circa 30000 chilometri all’ora) e compiono un giro completo intorno al pianeta in circa 90 minuti.
Rispetto ai satelliti geostazionari, i satelliti LEO hanno il grande vantaggio di sorvolare la superficie terrestre a bassa quota; ciò li rende ideali per missioni di telerilevamento (“Remote Sensing”) e di sorveglianza militare. Il costo del lancio è inoltre molto più contenuto. Nelle applicazioni per telecomunicazione, pesa a favore dei LEO la ridotta distanza dalla stazione terrestre (ricordiamo che l’attenuazione delle onde radio è inversamente proporzionale al quadrato della distanza): ciò permette collegamenti radio con potenze molto ridotte ed antenne relativamente semplici; si comprende quindi il motivo per il quale l’orbita LEO sia così diffusa tra i satelliti radioamatoriali.
Anche gli svantaggi dell’orbita LEO sono però numerosi. Innanzitutto, un satellite LEO è visibile ad una stazione terrestre solo per pochi minuti (il raggio dell’area di visibilità varia fra i 3000 e i 4000 chilometri), durante i quali si muove velocissimo da una parte all’altra dell’orizzonte. L’antenna di terra deve quindi essere continuamente ripuntata verso di esso, pena la perdita del collegamento. Sempre a causa dell’alta velocità di rotazione, il collegamento radio con un satellite LEO è affetto da un fortissimo effetto Doppler (variazione della frequenza di ricezione in funzione della velocità relativa fra satellite e stazione), che deve essere compensato in qualche modo (manualmente, con tecniche di inseguimento automatico della portante o attraverso una compensazione basata sulla conoscenza accurata dell’orbita).
L’utilizzo dei satelliti LEO nell’ambito delle telecomunicazioni è stato per molto tempo limitato ad applicazioni nelle quali si potevano accettare i lunghi periodi durante i quali il satellite non è in vista. Negli ultimi anni si è diffuso un approccio alternativo, basato sull’aumento di visibilità che si ottiene mettendo in orbita più satelliti ed utilizzando differenti piani orbitali. Costellazioni di satelliti LEO sono state utilizzate per fornire servizi di telefonia mobile con una copertura globale della Terra (fra i più noti, i sistemi Globalstar ed Iridium).

Orbite MEO (“Medium Earth Orbits”)

Le orbite MEO sono orbite circolari ad un’altezza di circa 10000 chilometri. Il loro periodo orbitale è di circa 6 ore. Il tempo massimo durante il quale un satellite in orbita MEO è al di sopra dell’orizzonte locale per un osservatore sulla superficie terrestre è dell’ordine di alcune ore. Una costellazione di satelliti MEO in grado di fornire una copertura globale richiede un numero ridotto di satelliti (da 10 a 12), disposti su due o tre piani orbitali.
Il sistema MEO più famoso è il Global Positioning System (GPS) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sistema di radio-navigazione che permette ad utenti ovunque situati di determinare con altissima precisione posizione, velocità e tempo assoluto (figura 7).

Orbite HEO (“Highly Elliptical Orbits”)

Le orbite HEO, cioè orbite altamente ellittiche, furono inizialmente utilizzate dai Russi per fornire servizi di telecomunicazione nelle regioni sub-polari, altrimenti non raggiungibili con satelliti geostazionari. I satelliti HEO hanno un perigeo (punto dell’orbita più vicino alla Terra) a circa 500 chilometri d’altezza ed un apogeo (punto dell’orbita più lontano dalla Terra) che raggiunge i 50000 chilometri. Le orbite sono quindi marcatamente ellittiche, inclinate di 63,4 gradi rispetto all’Equatore. A causa dell’alta eccentricità dell’orbita, il satellite si troverà per circa due terzi del periodo orbitale in prossimità dell’apogeo, e durante questo periodo sembrerà praticamente stazionario ad un osservatore sulla Terra. Posizionando l’apogeo dell’orbita in modo appropriato, si può quindi riuscire a far corrispondere la copertura del satellite con l’area d’interesse. Il sistema russo Molniya è ad esempio progettato per coprire la Siberia. E’ evidente che per garantire la continuità del servizio quando il satellite è al perigeo, si devono prevedere più satelliti, opportunamente spaziati, che viaggiano sulla stessa orbita, in modo tale che almeno uno di essi sia sempre in prossimità dell’apogeo. Le orbite HEO soffrono in qualche modo sia degli svantaggi delle orbite GEO che di quelli delle orbite LEO. Come nei satelliti geostazionari, la grande distanza fra satellite e Terra pesa sul ritardo di propagazione e sulla potenza RF necessaria al collegamento. Analogamente ai satelliti LEO, anche i collegamenti radio con satelliti HEO sono affetti da un non trascurabile effetto Doppler.

martedì 3 febbraio 2009

Misurare la lunghezza di un cavo coassiale con un multimetro digitale


Navigando su Internet con occhio vigile si ha spesso l’occasione di cogliere idee e spunti veramente interessanti. A me è successo ad esempio d’imbattermi nella pubblicità di un multimetro digitale per misure su linee telefoniche, nella quale si descriveva l’uso della funzione capacimetro per determinare la lunghezza del tratto di linea, specificatamente una “twisted pair”, cioè il classico doppino telefonico (rif. 1).
La cosa mi ha subito interessato e, con l’aiuto di un motore di ricerca, ho approfondito l’argomento. Ho trovato numerosi altri riferimenti a misure analoghe ed in particolare un breve articolo di un ingegnere dell’Agilent Technologies (una volta si chiamava Hewlett-Packard) che spiegava l’arcano con poche, semplici argomentazioni (rif. 2).
Ho deciso a questo punto di diffondere anch’io la piccola, ma interessante novella, anche perché mi dava l’occasione di trattare alcuni aspetti teorici basilari sulle linee di trasmissione.
A proposito di linee di trasmissione, bisogna innanzitutto dire che di esse ne esistono due famiglie fondamentali: alla prima appartengono le guide d’onda, alla seconda i cavi coassiali (linee TEM).
Le differenze fra queste due famiglie sono fondamentali e coinvolgono il comportamento del campo elettromagnetico e la modalità di trasmissione dell’onda elettromagnetica. Senza però dover risolvere le equazioni di Maxwell, è possibile fare riferimento ad una caratteristica peculiare che ci permette quasi a vista d’occhio di distinguere una linea di trasmissione da un’altra e di predirne alcuni comportamenti fondamentali.
Si dà infatti il caso che tutte le linee di trasmissione appartenenti alla famiglia delle giude d’onda abbiano un comportamento in frequenza di tipo passa-alto, cioè trasmettono bene l’onda al di sopra di una certa frequenza (detta frequenza di taglio o di “cut-off”), mentre sono dei circuiti praticamente aperti a frequenze inferiori ad essa.
I cavi coassiali e tutte le linee di trasmissione ad essi simili hanno invece un comportamento di tipo passa-basso, cioè trasmettono bene onde a frequenze basse (incluse quelle a frequenza zero, cioè la continua o DC), mentre all’aumentare della frequenza la loro attenuazione cresce, fino a diventare infinita.
Detto in termini ancora più semplici: con una guida d’onda non riusciremo mai a connettere una lampadina all’impianto elettrico di casa o ad una batteria; con un cavo coassiale invece sì.
La spiegazione fisica è semplice e non richiede lauree in fisica teorica. I cavi coassiali (ma anche i doppini, le microstrisce, le piattine bifilari, ecc.) hanno due conduttori distinti ed è quindi possibile connetterli ai due poli di una batteria o di un alimentatore.
La guida d’onda, invece, di conduttore ne ha uno solo: provate un po’ voi a connettere i due poli di un carico con i due poli di un alimentatore attraverso una guida!
Avendo fatto i necessari distinguo, c’è ora una caratteristica delle linee appartenenti alla famiglia dei cavi coassiali che merita la nostra attenzione, in quanto alla base del metodo di misura che mi accingo a descrivere.
Essa consiste nel fatto che la capacità per unità di lunghezza di una tale linea di trasmissione non dipende dalla frequenza, ma solo dalla sua geometria, cioè dal tipo di linea e dalle sue dimensioni.
Nel caso di un cavo coassiale, ad esempio, la formula che fornisce la capacità per unità di lunghezza è:


C [F/m] = 2*p*e/ ln (D/d)

dove:

  • C è la capacità della linea per unità di lunghezza, espressa in Farad per metro;
  • p è il buon vecchio pi greco (alias 3,14) di scolastica memoria;
    e (epsilon) è la costante dielettrica del materiale di cui è composto il coassiale;
  • ln è il simbolo di logaritmo naturale (se ce l’avete sulla vostra calcolatrice bene, altrimenti non vi preoccupate, che tanto non serve);
  • d ed D sono rispettivamente il diametro del conduttore esterno e quello del conduttore interno del coassiale (fig. 1).
Avendo la pazienza di fare un po’ di calcoli (ovvero andando a sbirciare nella tabella che vi presenterò più avanti) si ottiene che per un cavo RG-58 la capacità per unità di lunghezza è pari a 94,5 pF al metro.
Come si vede la capacità per unità di lunghezza è effettivamente indipendente dalla frequenza, ma funzione solo della geometria della linea (il rapporto b/a).
Più lungo è il cavo, maggiore la sua capacità, essendo quest’ultima direttamente proporzionale alla lunghezza complessiva. Ed essendo la capacità totale indipendente dalla frequenza, potrò misurarla con un qualunque capacimetro, non necessariamente con un costoso strumento adatto per VHF, UHF o microonde.
A questo punto ci viene in mente che anche il nostro multimetro digitale (DMM), comprato alla fiera del radioamatore per 10 euro, ha la funzione capacimetro.
Andandosi a leggere le caratteristiche tecniche, si scopre che lo strumento misura la capacità su cinque scale di misura, da 2 nF a 20 microF, con una risoluzione di 1 pF sulla portata più bassa ed un’accuratezza, sulla stessa portata, di 50 pF a fondo scala (che vi aspettavate per 10 euro?).
Questo significa che sulla portata più bassa si può misurare una lunghezza di cavo RG-58 pari a circa 21 metri, con un’accuratezza di circa mezzo metro: non male!
Sulla portata successiva, quella da 20 nF fondo scala, si potranno poi misurare cavi lunghi fino a 200 metri, con un’accuratezza però proporzionalmente inferiore (circa 5 metri).
Per poter effettuare la misura, bisogna innanzitutto essere sicuri che il cavo da misurare non sia connesso ad alcuna sorgente in continua o RF. Altra condizione essenziale affinché il metodo descritto funzioni è che l’estremità dello spezzone di cavo da misurare sia un circuito aperto. Questa condizione sembrerebbe escludere la possibilità di misurare tratti di cavo già installati e collegati ad un’antenna esterna. In realtà alla bassissima frequenza alla quale la misura viene eseguita l’impedenza dell’antenna è equiparabile molto spesso ad un circuito aperto. Conviene comunque fare delle prove e non dare nulla per scontato.
Per comodità d’uso, riporto nella Tabella 1 la capacità per unità di lunghezza di alcune delle linee di trasmissione più comunemente usate nella pratica amatoriale e radiantistica.



Un ultimo suggerimento: sperimentate! Il metodo appena descritto è stato utilizzato anche per misurare lunghi tratti di piattina bipolare, del tipo utilizzato per alimentare i diffusori acustici di un impianto hi-fi. Se non conoscete la capacità per unità di lunghezza, la potete determinare misurando la capacità totale di un tratto di lunghezza nota.

Riferimenti
1. Trend Communications, “DMM Testing: understanding advanced DMM measurements for effective local loop testing”, www.trendcomms.com
2. R. Duffy, “Measure open-circuited cables using a multimeter”, EDN, 26/9/2002 (www.edn.com)


sabato 31 gennaio 2009

Fantascienza ed uso commerciale dello spazio

Da appassionato lettore di romanzi di fantascienza (in realtà leggo un po' di tutto, ma la fantascienza è il genere che forse mi rilassa di più), sono anche un assiduo frequentatore di bancarelle di libri usati.
Recentemente ho fatto incetta di vecchi numeri di Urania (circa una sessantina), che mi basteranno, spero, almeno per un anno.
Fra questi ho appena finito di leggere "La discesa di Anansi" di Larry Niven e Stephen Barnes (Urania, 1188 del 1992). Larry Niven è per inciso l'inventore del "Ringworld", di cui vi parlerò forse in un prossimo post.
Voglio ora invece riportare l'"incipit" del romanzo:

"Il 16 ottobre 1970, il consiglio di amministrazione della Comsat dichiarò un dividendo di 12,5 centesimi per azione. Ciò equivaleva a circa un milione di dollari, e rappresentava una pietra miliare: i primi soldi guadagnati dal pubblico tramite un'impresa spaziale.
La Comsat aveva impegato poco più di sei anni per ammortizzare la spesa iniziale ed ottenere dei dividendi da quell'operazione."

A volte ci si lamenta che l'uso commerciale dello spazio stenti a decollare, ma si sta effettivamente pensando ad industrie lunari o a bordo della stazione spaziale, per produrre nuovi materiali, circuiti a semiconduttore o nuovi farmaci.
In realtà lo spazio è già un lucroso "business": basti pensare ai cospicui guadagni che aziende di telecomunicazioni come Eutelsat riescono ad ottenere ogni anno.
Mancano ancora applicazioni commerciali di tipo più propriamente manufatturiero: evidentemente non siamo stati finora abbastanza creativi.

sabato 24 gennaio 2009

Antenna a quadro per onde medie supereconomica

Durante un fine settimana (queste cose succedono sempre durante i fine settimana), Guglielmo, secondogenito dei miei quattro (sic!) figli, mi chiede di aiutarlo a costruire per la scuola un telaio di legno, del tipo di quelli utilizzati dai popoli antichi per produrre i loro rudimentali tessuti. (Guglielmo ha ora 21 anni e studia ingegneria; l'articolo risale evidentemente a qualche anno fa. NdA)
Mi armo di pazienza, oltre che di seghetto alternativo e trapano elettrico, e in una mezz’oretta ottengo una sorta di cornice di legno quadrata, di circa 40 centimetri di lato, composta di quattro tavolette di spesso compensato, unite fra loro con tasselli di legno e colla.
Dopo il primo sincero entusiasmo, la “cosa” mi rimane in bella vista su un mobile del soggiorno, monumento all’inutilità e, ad un tempo, all’amore paterno.
Un giorno la osservo con occhio furbo e malizioso: le dimensioni sono più o meno giuste, ho qualche metro di filo elettrico avanzato ed un condensatore variabile dovrei riuscire a trovarlo.
Mi viene quindi l’idea di costruire un’antenna a quadro per le onde medie e di sperimentare con essa. Una volta tanto decido di non fare complicati calcoli basati su altrettanto complicate formule e di farmi piuttosto guidare dall'intuito e dall’improvvisazione.
Lo schema elettrico dell’antenna è veramente elementare (figura 1):

Figura 1


In una prima implementazione dell’antenna (figura 2), L è costituita da dieci spire affiancate di comune filo elettrico per impianti domestici, Cv è invece un condensatore variabile ad aria saccheggiato da una vecchia radiolina onde medie degli anni ’60 (capacità massima probabilmente intorno ai 300 pF).


Figura 2

Giunge a questo punto il momento della verità: inserisco una radio onde medie economica (questa funzionante) nell’antenna a quadro, in modo tale che le spire dell’antenna siano parallele alle spire dell’antenna a ferroxube all’interno della radio (nella maggior parte dei casi, questo consisterà nel porre il lato lungo della radio perpendicolare al piano dell’antenna a quadro). Sintonizzo la radio su una frequenza della banda onde medie e ruoto il condensatore variabile dell’antenna a quadro: il primo effetto che si nota è un aumento del rumore di fondo, al quale si associa la comparsa o il notevole aumento d’intensità di segnali altrimenti appena udibili. Sfortunatamente mi rendo conto del fatto che l’escursione del condensatore variabile non mi permette di coprire completamente la banda delle onde medie: di fatto è la parte inferiore della banda a non essere coperta, come se la capacità massima del variabile non fosse sufficientemente alta. Ci vorrebbe forse un condensatore fisso in parallelo (capacità in parallelo si sommano). Detto e fatto: “pesco” dallo scatolone dei componenti alla rinfusa un bel condensatore a mica da 500 pF e lo saldo in parallelo a Cv. Ora però è la parte superiore della banda a non essere completamente coperta. Una seconda rovistata nel già menzionato scatolone e con l’aggiunta di un interruttore a levetta il circuito dell’antenna a quadro raggiunge la sua versione definitiva (figure 3 e 4):


Figura 3



Figura 4

Le prestazioni di questa antenna, che ho definito nel titolo super-economica, sono veramente sorprendenti. Esse sono soprattutto evidenti nelle ore diurne ed in associazione a ricevitori di medie o scarse prestazioni: in questi casi non sarà infrequente ricevere stazioni lontane in porzioni della banda altrimenti completamente mute.
Possiamo anche dire che con poche migliaia di lire (o meglio, pochi euro) di spesa, si possono ottenere i risultati normalmente ottenibili con ricevitori di classe e costo alquanto elevati.
A questo proposito, e visto che abbiamo finora parlato di prestazioni “super”, colgo l’occasione per parlare di un ricevitore molto famoso negli Stati Uniti fra gli appassionati del DX in Onde Medie: la GE Superadio III (per gli amici SR3) (figura 5).

Figura 5

A prima vista la GE Superadio III si presenta come un’elegante radio portatile per AM/FM (530-1705 KHz e 88-108 MHz), dotata di doppio altoparlante (un ampio woofer da 17 centimetri ed un tweeter), di antenna telescopica per la FM, di prese per antenna esterna e di un ricca dotazione di controlli (bassi, acuti, larghezza di banda, AFC).
Ma le caratteristiche che la rendono tanto famosa fra gli appassionati del DX d’oltreoceano derivano soprattutto dall’antenna a ferrite per le onde medie, lunga ben 20 centimetri, e per l’insolito numero di stadi IF (ben quattro stadi sintonizzati in AM, contro i due normalmente utilizzati). Non mi risulta che la GE Superadio III sia venduta in Italia; negli stessi Stati Uniti non è facile da trovare (anche perché continuamente richiesta dagli appassionati). Io l’ho trovata qualche anno fa in un oscuro “drugstore” californiano, pagandola circa quaranta dollari (cioè sessantacinque mila lire di allora). Un avvertimento è doveroso: al ritorno in Italia, tra dogana, IVA e dichiarazione obbligatoria d’importazione all’Ufficio Postale, ho dovuto spendere quasi quanto l’avevo originariamente pagata (alla faccia della globalizzazione !).

lunedì 19 gennaio 2009

Il collegamento radioelettrico e la propagazione ionosferica

Che cosa è il “link budget” ?
Il problema fondamentale da risolvere nella definizione di un collegamento radio è schematicamente descritto in figura 1.


Se ho un trasmettitore di potenza PT connesso ad un’antenna trasmittente con guadagno GT , ed a distanza R da questa un’antenna ricevente con guadagno GR , quale sarà la potenza PR del segnale all’ingresso del ricevitore?
Per rispondere a questa domanda sarà necessario svolgere alcuni calcoli relativamente semplici, spesso riassunti ed indicati con l’espressione inglese “link budget”, dove “link” vuol dire collegamento e “budget” è il conto della spesa.
Faremo per semplicità l’assunzione che le antenne siano a portata ottica, cioè che siano visibili l’una dall’altra, senza ostacoli naturali o edifici che si interpongano fra di esse. Questa ipotesi non è poi così limitativa, visto che si applica alla maggior parte dei collegamenti a frequenze superiori alle VHF (quindi, per esempio, ai collegamenti dei radioamatori nelle bande dei 2 metri e dei 70 centimetri) ed alla diffusione di canali televisivi da parte di un satellite geostazionario (si usano in questo caso frequenze intorno ai 12 GHz, cioè in banda Ku). Vedremo in seguito come estendere i nostri risultati dal caso esaminato ad altre situazioni interessanti, quale è ad esempio il collegamento radio ad onde corte via riflessione ionosferica.

Il guadagno direttivo di un’antenna
Prima di addentrarci nei meravigliosi misteri del “link budget”, varrà la pena di chiarirci le idee sulla definizione, spesso fraintesa, di guadagno d’antenna.
Cominciamo col dissipare un dubbio molto diffuso: il guadagno di un’antenna è qualcosa di fondamentalmente diverso dal guadagno di un amplificatore.
In un amplificatore (audio o RF che sia) si converte la potenza in continua fornita da un alimentatore in potenza del segnale d’uscita. Dovendosi come sempre rispettare la legge di conservazione dell’energia, questa conversione avviene con efficienza inferiore al 100 per cento.
In un’antenna, che è un componente notoriamente passivo, non si ha conversione di potenza in continua fornita da un alimentatore e sembrerebbe quindi che parlare di guadagno equivalga ad ammettere la creazione di potenza, negata dalle leggi della fisica.
In realtà il guadagno di un’antenna (meglio sarebbe parlare di “direttività” o di “guadagno direttivo”) non si riferisce ad alcun processo di conversione, ma piuttosto alla capacità dell’antenna di concentrare in una specifica direzione la potenza da essa irradiata.
Si introduce anzi il concetto di antenna isotropa (parolaccia quest’ultima derivante dal greco antico), cioè di un’antenna che irradia in modo uniforme in tutte le direzioni; il guadagno direttivo di un’antenna o guadagno rispetto all’isotropa, è quindi, come già spiegato, una misura della capacità dell’antenna di concentrare la potenza irradiata, riferita al caso ideale in cui l’antenna irradia uniformemente in tutte le direzioni.
Si è parlato di caso ideale perché in realtà l’antenna isotropa è un concetto essenzialmente matematico e nessuno l’ha mai né vista né realizzata.
Volendoci aiutare con un paragone, anche se un po’ forzato, potremmo immaginare l’antenna isotropa come una lampadina che, appesa ad un filo al centro di una stanza, illumina in modo uniforme tutte le pareti; l’antenna direttiva per contro è come una torcia elettrica che generi un pennello di luce ad alta intensità, in grado di illuminare aree piccole ma molto distanti.
Il guadagno direttivo di un’antenna viene espresso normalmente in dBi (dove la lettera “i” ricorda appunto il confronto rispetto all’antenna isotropa) ed è calcolato attraverso la formula seguente:

G = (4 pigreco Aequ.) / l^2

dove pigreco è il buon vecchio 3,14 di scolastica memoria, l (lambda) è la lunghezza d’onda del segnale radio e Aequ. è l’area equivalente dell’antenna (Nota Bene: per avere il guadagno in dBi bisogna fare il logaritmo in base 10 di G e moltiplicare per 10).
Il concetto di area equivalente di un’antenna non è di immediata comprensione, soprattutto se riferito ad antenne che non hanno un’area fisica propriamente definita (si pensi a tutte le antenne filari, ai dipoli o alle Yagi). Semplificando un poco le cose, si potrebbe dire che l’area equivalente di un’antenna è l’area fisica che dovrebbe avere un’antenna a riflettore per fornire un guadagno uguale a quello dell’antenna considerata.

L’attenuazione da spazio libero
L’aver introdotto la definizione di guadagno d’antenna rispetto all’isotropa ci permette di ricondurre il nostro problema iniziale ad una forma molto semplice da analizzare.
Per quanto detto finora, il nostro trasmettitore di potenza PT connesso all’antenna trasmittente di guadagno GT corrisponde ad un trasmettitore di potenza maggiore, pari a PT per GT, connesso questa volta ad un’antenna isotropa, cioè di guadagno unitario.
Sarà meglio fare un esempio pratico per non perdere il filo del discorso. Supponiamo che il trasmettitore fornisca 10 watt di potenza RF e l’antenna trasmittente guadagni 20 dB, cioè 100 volte; dal punto di vista del nostro ascoltatore all’altro capo del link, questa situazione è equivalente ad avere un trasmettitore da 10 x 100 = 1000 watt di potenza, connesso ad una ideale antenna isotropa. La figura 2 seguente ci aiuterà a chiarirci le idee.

Secondo la definizione di antenna isotropa (e nel rispetto del già citato principio di conservazione dell’energia) la potenza si distribuirà uniformemente sulla superficie di una sfera ed a distanza R dal trasmettitore la sua densità di flusso (in inglese “power flux density”) sarà pari a:

Densità di flusso di potenza = (PTGT)/( 4 pigreco R^2)

espressa in Watt per metro quadro, se la distanza R è espressa in metri.
Ricordiamoci ora che si voleva inizialmente calcolare la potenza PR catturata dall’antenna ricevente ed inviata all’ingresso del ricevitore. Questa potenza sarà uguale al prodotto dell’area equivalente dell’antenna ricevente per la densità di flusso di potenza, cioè:

PR = [(PTGT)Aequ.]/( 4 pigreco R^2)

Sostituendo ora in questa formula l’espressione dell’area equivalente, ricavata dalla formula del guadagno, si ottiene:

PR = [(PTGT)GR]/[( 4 pigreco R)/l]^2

Il denominatore dell’espressione viene comunemente chiamato “attenuazione da spazio libero” (in inglese: “free space loss”) e fornisce per l’appunto la perdita che il segnale radio subisce in conseguenza del fenomeno propagativo:

LFS = [( 4 pigreco R)/l]^2

L’attenuazione da spazio libero assume generalmente valori molto grandi (come avrete notato, infatti, essa dipende dal quadrato della distanza) ed è quindi più pratico esprimerla sotto forma di dB, secondo la formula pratica seguente:

LFS = 32,45 + 20 log F + 20 log R

dove F è la frequenza del segnale in MHz ed R è la distanza del collegamento in chilometri.
Per coloro che non avessero sotto mano una calcolatrice con funzioni logaritmiche, ho preparato una pratica tabella per le frequenze radioamatoriali dei 50, 144 e 432 MHz:

Supponiamo a questo punto di avere un trasmettitore da 1 watt funzionante nella banda dei due metri (144 MHz), connesso ad un’antenna direttiva con guadagno pari a 20 volte (cioè 13 dbi). A 50 chilometri da noi un amico OM è in ascolto sulla nostra frequenza con un ricevitore connesso ad una semplice antenna a dipolo (guadagno pari a circa 1,6 volte, cioè 2 dBi).
La potenza ricevuta, per quanto detto finora, sarà pari a:


0, 000 000 000 3 W cioè 0,3 nW (nanowatt).


Questo livello, apparentemente molto basso, corrisponde di fatto a circa 100 mV (microvolt) sull’impedenza d’ingresso di 50 ohm del ricevitore e porterà l’indice dello S-meter su una più che accettabile indicazione S-9.
I calcoli fatti sono in qualche modo ottimistici, in quanto non tengono conto di eventuali ostacoli fisici (edifici, alberi, rialzi del terreno), di fenomeni atmosferici (attenuazione da pioggia ed altro) e di altri fenomeni propagativi (ad esempio quello denominato “multipath”, legato alle riflessioni del segnale sugli ostacoli).

La propagazione ionosferica
A frequenze comprese fra i 3 ed i 25 Mhz e per distanze maggiori di circa 150 chilometri, il collegamento radioelettrico fra due stazioni dipende interamente dalla riflessione delle onde radio sulla ionosfera.
La ionosfera è una regione dell’atmosfera molto distante rispetto alla superficie terrestre, dove l’aria è sufficientemente rarefatta (principalmente a causa della luce ultravioletta) da riflettere o assorbire le onde radio, a seconda della densità di elettroni liberi in essa presenti (figura 3).
Bisogna a questo punto ricordare che un materiale conduttore (ad esempio un metallo) è tale proprio perché gli elettroni sono liberi di muoversi al suo interno e permettono perciò il passaggio di una corrente elettrica. E’ intuitivo pertanto immaginare uno strato atmosferico ricco di elettroni liberi come uno specchio metallico, in grado di riflettere le onde radio.Vengono individuati nella ionosfera vari strati (“layers”) situati a differenti altezze rispetto alla superficie terrestre ed attraverso i quali la ionizzazione generalmente aumenta con l’altezza. Vale la pena di passarli brevemente in esame.


Lo strato “D” (figura 4) si trova ad altezze comprese fra i 60 ed i 90 chilometri, esiste solo durante le ore diurne e la sua densità di ionizzazione dipende dall’altezza del sole sull’orizzonte. Questo strato riflette bene le onde lunghe e lunghissime, mentre assorbe le onde medie e tende ad attenuare le onde corte. Lo strato “D” ha un effetto complessivamente negativo sulla propagazione delle onde corte ed è il principale responsabile dell’impossibilità di utilizzare frequenze inferiori ai 7 MHz nelle ore diurne.
Ad un’altezza di circa 110 chilometri si trova invece lo strato “E”, molto importante per la propagazione diurna delle onde corte a distanze inferiori ai 1500 chilometri, nonché per la propagazione notturna delle onde medie.
Ad altezze comprese fra i 160 ed i 500 chilometri, si estende il cosiddetto strato “F”, che durante il giorno può dividersi nei due sottostrati F1 ed F2. Lo strato “F” è quello maggiormente utilizzato nelle comunicazioni a lunga distanza, mantenendo le sue proprietà riflettenti anche durante le ore notturne. A causa della bassissima densità dell’aria, infatti, gli elettroni liberi generati per ionizzazione durante le ore diurne si ricombinano molto lentamente e sopravvivono per qualche tempo anche dopo il tramonto del sole.

Abbiamo precedentemente paragonato gli strati della ionosfera ad uno specchio metallico perfettamente conduttore. In questo caso le onde radio incidenti seguirebbero le regole della riflessione ottica (angolo d’incidenza uguale all’angolo di riflessione) e non verrebbero minimamente attenuate. Nella realtà le onde radio che incidono obliquamente sulla ionosfera seguono un cammino incurvato (a causa della graduale riflessione attraverso i successivi strati) e vengono inoltre parzialmente attenuate (figura 5).

Una trattazione accurata dei vari fenomeni propagativi esula dallo scopo di questo articolo e risulterebbe a molti oltremodo noiosa. Il semplice modello dello specchio riflettente situato a varie altezze dal suolo ci permette tuttavia di applicare le semplici equazioni del “link budget “ radioelettrico, originariamente formulate per collegamenti in portata ottica, anche al caso di propagazione ionosferica.
Per semplicità considereremo solo il caso di propagazione con singola riflessione (“single hop”), pur sapendo che riflessioni multiple delle onde radio fra strati ionizzati e superficie terrestre sono possibili e frequenti.
Gli angoli di partenza (in inglese “take-off angle” o TOA) e di arrivo sono molto importanti nel progetto di antenne per comunicazioni ad onde corte. Essi dipendono dall’altezza virtuale dello strato ionosferico riflettente e dalla distanza fra le stazioni. Di fatto, la distanza massima raggiungibile con una singola riflessione ionosferica è limitata dall’orizzonte terrestre: l’angolo di partenza (misurato proprio rispetto all’orizzonte) diventa sempre più piccolo con l’aumentare della distanza e, corrispondentemente, il fascio dell’antenna rasenta sempre più l’orizzonte. E’ importante notare che idealmente il massimo di guadagno dell’antenna dovrebbe corrispondere al TOA: questo è il motivo per cui nei collegamenti DX si preferiscono antenne con il lobo di radiazione principale molto basso rispetto all’orizzonte. Un basso angolo di partenza permette di coprire la stessa distanza con un numero di riflessioni (salti) inferiore a quello che si avrebbe con un angolo di partenza più alto (figure 6 e 7).


Il calcolo delle caratteristiche geometriche di un collegamento radioelettrico per mezzo della propagazione ionosferica richiede l’utilizzo di formule piuttosto complesse.
Ho pensato quindi di sviluppare un piccolo programma in linguaggio Basic e calcolare i parametri d’interesse per varie altezze dello strato riflettente, corrispondenti approssimativamente agli strati E, F1 ed F2.
Nelle tabelle che seguono, la variabile D, espressa in chilometri, rappresenta la distanza terrestre fra le stazioni da collegare. H è per l’appunto l’altezza rispetto alla superficie terrestre (sempre in chilometri) dello strato riflettente considerato. L (in chilometri) e TOA (in gradi) corrispondono rispettivamente alla lunghezza complessiva del collegamento radio (singola riflessione) ed all’angolo di partenza dell’onda radio (uguale, in prima approssimazione, a quello di arrivo).



La lunghezza L è quella che deve essere considerata nell’eventuale calcolo della “perdita da spazio libero” (“free-space loss”), come definita .
Si noti come la distanza massima raggiungibile con un singolo salto varia a seconda dello strato ionosferico usato. Ad esempio, la massima distanza via strato E è di circa 2000 chilometri, mentre essa raggiunge i 4000 chilometri nel caso di strato F2.
E’ importante anche considerare che, a seconda della frequenza usata, non tutti i collegamenti saranno di fatto realizzabili. Se l’angolo di partenza (TOA) è infatti superiore ad un angolo limite, detto “angolo critico”, allora l’onda radio incidente non sarà riflessa dalla ionosfera e si perderà nello spazio. L’angolo critico è inversamente proporzionale alla frequenza, cioè diminuisce all’aumentare di questa.
Un’ultima considerazione: sembrerebbe dalle tabelle impossibile ottenere collegamenti ionosferici a distanze superiori ai 3000 chilometri. Ma attenzione: le tabelle si riferiscono al caso di singola riflessione. Nella realtà, il caso di riflessioni multiple fra ionosfera e suolo terrestre (essenzialmente conduttore) è frequentissimo e ad esso si devono i DX più interessanti. Il semplice modello proposto (e le tabelle ad esso relative) è tuttavia ancora applicabile, a patto di suddividere in più salti singoli la distanza totale da coprire.